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Attenzione al tè giapponese

Il Wall Street Journal ci dà le ultime novità sulla situazione delle piantagioni di tè in Giappone. Purtroppo le news non sono rassicuranti.

Secondo il giornale, sono state infatti rilevate quantità di materiale radioattivo nelle foglie delle piante di molto superiori alla norma nella prefettura di Kanagawa, a sud di Tokyo. Questo sarebbe il secondo caso di contaminazione nel settore agricolo al di fuori della zona attorno a Fukushima. Il primo, secondo quanto detto dal ministro della Salute è stato registrato il 12 aprile in una coltivazione di spinaci a Ibaraki, poco più di 200 km dalle centrali.

Le autorità di Kanagawa hanno spiegato che le foglie di sono state raccolte il 9 maggio a Minamiashigara, una città a ovest della Prefettura. I test sono stati ripetuti due volte e hanno dato un risultato inaccettabile in termini di radioattività. Per questo sono state sospese le spedizioni delle foglie da tutti i porti di Kanagawa. L’articolo dice che il raccolto era appena terminato e che la merce non era ancora partita comunque, secondo me, è meglio stare attenti, soprattutto se non si è sicuri della provenienza del tè.

Dal Kenya… con una tazza di tè

Il tè non viene solo dall’Oriente. Uno dei massimi produttori a livello mondiale è il Kenya. Del resto, il Paese africano, dopo una prima colonizzazione portoghese, a fine Ottocento entrò a far parte dell’impero britannico, riconosciuto stimatore di questa bevanda. Gli inglesi avviarono l’agricoltura di piantagione sugli altipiani del centro-sud dello Stato.

Per anni il tè keniota era visto come un prodotto di bassa qualità, da vendere in bustina nella la grande distribuzione. Questo anche perché viene coltivato soprattutto nei distretti di Kericho e Limuru, lontani dai luoghi di lavorazione ed esportazione e il trasporto spesso danneggiava le foglie. Oggi però si producono anche tè di discreta qualità come il Marylon, il Kenya Blend e l’Highgrown Pekoe.

La coltivazione dipende per lo più da piccoli proprietari che fino a dieci anni fa lo rivendevano al Kenya Tea Development Authority (Ktda) che si occupava della lavorazione e garantiva il 70% dei guadagni di vendita ai contadini. Oggi il Ktda è stata sostituito dal Kenya Tea Development Agency, un’organizzazione privata creata da alcuni parlamentari per paura della dilagante corruzione che stava contaminando tutti i settori della vita pubblica.

Lo avete mai provato? Se sì, cosa ne pensate?

Ringrazio per le foto Tommaso Cinquemani


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