Conoscete il tarassaco? Sicuramente sì ma forse non ve ne siete ancora accorti… quando la primavera è inoltrata e ci si avvicina al primo caldo estivo, anche in città è frequente ritrovarsi a spazzare via i cosiddetti “soffioni”. Bene, non sono altro che i frutti del tarassaco.

La specie Taraxacum officinale appartiene alla famiglia delle Asteraceae ed è considerata infestante, come la menta. La pianta è provvista di una radice robusta, da cui partono grandi foglie verdi.

L’infiorescenza è il noto dente di leone, fiore giallo vivo e dallo stelo lungo e liscio. Il frutto prende il nome di soffione ed è formato da semi provvisti di pappo, ovvero un’appendice piumosa e leggera che favorisce la dispersione dei semi tramite il vento.

Tisana al tarassaco: come si prepara

Per preparare la tisana al tarassaco si possono usare le radici (fresche o essiccate), i fiori o le foglie. In base alla materia prima allora è meglio puntare su un decotto o su un infuso. Perché? Ve lo spiego qui

Decotto di tarassaco

30 – 40 g di radici fresche di tarassaco (o 6 cucchiaini di radice secca)

1 litro di acqua naturale minerale

Per preparare un decotto, portate a ebollizione l’acqua e le radici in un pentolino capiente.

Lasciate sobbollire per una decina di minuti poi spegnete il fuoco e lasciate riposare. Ho notato che il tempo di riposo cambia a seconda degli effetti che si vogliono ottenere. Stessa cosa per quando e quante volte bere il decotto. Chiedete consiglio al vostro medico (soprattutto per le interazioni con i farmaci) o al naturopata di fiducia.

Infine filtrate.

Infuso di tarassaco

3 g di foglie e/o fiori di tarassaco secchi per tazza (se sono freschi calcolate mezza tazza di materia prima)

una tazza d’acqua naturale minerale

zucchero di canna (a piacere)

Per preparare un infuso, lavate bene foglie e/o fiori se sono freschi. Disponete il tutto in un filtro all’interno di una tazza o di una teiera.

Portate una tazza d’acqua quasi a ebollizione (circa 95° C).

Versate l’acqua sul filtro oppure sopra fiori e/o foglie fresche e lasciate in infusione per 5 minuti.

Filtrate e dolcificate a piacere.

Le foglie fresche sono molto usate in cucina anche in insalata o nelle frittate.

Come si prepara la tisana al tarassaco?

Tarassaco: le proprietà

È una pianta selvatica che fiorisce e matura proprio in primavera, dopo le grandi abbuffate pasquali, tra lo stress da cambio stagione e il terrore della prova costume.

Quali sono le sue proprietà? Per prima cosa ricordiamo che continene sali minerali (calcio, ferro, sodio, fosforo, magnesio, potassio, selenio e zinco) e vitamine (A, B1, B2, B3, C, E, K). Non mancano tannini, flavonoidi, acido caffeico, acido cumarico e mucillagini.

Il tarassaco è indicato nei casi di ritenzione idrica e cellulite, mancanza di buona digestione, insufficienza epatica e biliare. Il beneficio sull’apparato digerente è dovuto alla presenza di sostanze amare come l’inulina e la tarassicina. Queste, infatti, facilitano la digestione, stimolando la produzione di saliva, succhi gastrici, pancreatici e bile. Queste sostanze aiutano inoltre la flora batterica e il transito intestinale. Dicono che bere un decotto due volte al giorno per una settimana aiuti a regolare le funzioni intestinali. Per i benefici digestivi sembra che sia particolarmente efficace l’infuso di fiori.

Non sono da trascurare le proprietà diuretiche del tarassaco: grazie ai flavonoidi e ai sali di potassio si facilita l’eliminazione dei liquidi in eccesso e delle tossine. Del resto, viene spesso citato quando si parla di depurazione. E a conferma delle proprietà diuretiche e detox ci viene in aiuto la lingua italiana: nome comune del tarassaco è pure piscialetto! Per un miglior effetto diuretico consigliano l’infuso di foglie di tarassaco.

Queste proprietà depurative portano a un altro risultato: il controllo dei livelli di colesterolo. In questo caso è consigliato il decotto di radici di tarassaco.

Tarassaco: controindicazioni

Questa pianta è ricca di interessanti benefici. Tuttavia, bisogna stare attenti alle controindicazioni. Può infatti creare dei problemi a chi soffre di gastrite, di reflusso gastroesofageo, di ulcera peptica, di ostruzioni delle vie biliari e chi ha reazioni allergiche a una tipologia di composti chimici: i lattoni sesquiterpenici.

Attenzioni anche alle interazioni con alcuni medicinali: antidolorifici, diuretici e ipoglicemizzanti. In particolare, le controindicazioni riguardano i farmaci antinfiammatori non steroidei (Fans), come l’aspirina, perché il tarassaco potrebbe accentuare l’azione dannosa sulla parete gastrica.

Miele di tarassaco: che cosa è?

Dal tarassaco si ottiene un miele di livello superiore, che racchiude in dolcissime note tutte le proprietà del fiore. Si distingue infatti dagli altri mieli per il suo colore giallo vivo e per il suo odore corposo e penetrante. Le regioni con maggior produzione di miele di sono il Friuli-Venezia Giulia, il Trentino, la Lombardia e il Piemonte.

Il tarassaco fiorisce da febbraio alla prima metà di maggio, perciò la fioritura utilizzata è precoce. È infatti piuttosto difficile ottenere il miele da questi fiori. In parte perché le condizioni climatiche non sono sempre favorevoli, in parte perché le api sono ancora affaticate dall’inverno e a volte le famiglie non sono ancora abbastanza sviluppate per poter affrontare la raccolta del miele.

Ricetta del falso miele di tarassaco

Esiste però un falso miele di tarassaco, un prodotto simile a quello prodotto dalle api con proprietà sull’intestino, sul fegato e sulle vie respiratore. In più è vegano.
Riportiamo la ricetta di Tisane e rimedi naturali edito da Ecolibri:

700 g di fiori di tarassaco

3 limoni

7 dl di acqua

700 g di zucchero

Per preparare un falso miele di tarassaco lavate bene i fiori.

Metteteli in un tegame con l’acqua e i limoni tagliati a tocchetti e portate a ebollizione. Lasciate sobbollire per 5 minuti. Spegnete la fiamma e lasciate raffreddare.

Separate i fiori e spremeteli in uno schiaccia patate o in un passa verdure.

Nel liquido raccolto sciogliete lo zucchero, mettetelo sul fuoco e fatelo sobbollire fino ad arrivare a uno sciroppo denso, simile al miele.

Nel libro si consiglia di raccogliere i fiori con la luna calante.

 

Fonti: Enciclopedia della cucina – Té e tisane; riza.it; Tisane e rimedi naturali; elicriso.it; greenstyle.it; giardinaggio.it; gruppomacro.com; cure-naturali.it; alimentipedia.it; vivere-armoniosamente.it; portalebenessere.com; ilgiornaledelcibo.it

The o tè, come si scrive il nome della nostra bevanda preferita? Capita, a volte, di sedersi in una sala da thè e di consultare il menu per ordinare à la carte la varietà da degustare. Capita, sì. Ma è meglio se capitasse in un Paese francofono! Perché, in Italia, è meglio trovarsi in una sala da tè e non è detto che debbano essere per forza le “Five ‘o clock”… certe usanze lasciamole alla Queen!

Il nazionalismo che potrebbe trasparire da queste battute iniziali è più linguistico che di altro tipo. È bene, infatti, chiarire una volta per tutte che l’italiano beve solo tè.

Tè nero, tè verde, tè bianco, tè rosso (anche se il rooibos non è un tè),… ma sempre e solo TÈ.

Thè, the o tè: la parola agli esperti

In italiano la parola ha avuto diverse forme attestate dai dizionari (anche in quelli storici), proprio perché il termine tè è un forestierismo diffuso a livello nazionale e, come tale, può capitare sia che venga recepito dai parlanti nella forma originaria (molto spesso thè) sia che venga adattato alla struttura fonetica e morfologica della lingua d’arrivo (da qui, la forma ).

Oggi la norma prevede che sia la forma tè a essere registrata a lemma. Che cosa significa? Che tè è la forma ufficiale sui dizionari. Ne danno conferma l’Accademia della Crusca e tutta la produzione lessicografica relativa: si vedano il dizionario Sabatini-Coletti (“tè meno frequente the”), il Garzanti (“tè”). Il Nuovo De Mauro fornisce anche un’interessante attestazione del termine tè risalente al 1606.

Il Vocabolario degli accademici della Crusca, nella sua 4° edizione (1729-1738), riporta invece la forma te, trascritta quindi come variante omografa del pronome di seconda persona (che tuttavia non richiede accentazione, ndr) e l’esempio che riporta è tratto dall’opera dell’accademico Francesco Redi, Annotazioni al Ditirambo: “Il te è una bevanda usitatissima […] e si compone col tenere infusa nell’acqua bollente una certa erba chiamata Te, ovvero Cià”.

Il Tommaseo-Bellini, nell’edizione online prodotta nel 2015 dall’Accademia della Crusca (si tratta di un apposito motore di ricerca realizzato dall’informatico Daniele Fusi), è tra i dizionari più tolleranti e riporta entrambe le grafie tè e thè, con accento grave nel secondo caso. Di simile indirizzo è il Devoto-Oli, ma senza accentazioni (“The, grafia meno corrente per Tè”).

Cosa dice infine l’Accademia della Crusca?

Tuttavia, il “setaccio” finale tocca sempre all’Accademia della Crusca: esiste un termine italiano, tè, che ha adattato il primogenito cinese t’e (di cui vi avevamo accennato qui) ed è preferibile a thè o the.

E allora, the o tè? Per noi, non hanno senso di sussistere le altre forme perché sarebbero soltanto una “scorretta” fusione tra italiano e grafie straniere. E il tè, cari lettori, non va fuso…ma infuso!

Nei commenti trovate un’interessante integrazione di Luca Xanadu.

Testo di Francesca Lorefice

Foto: Five O clock

Articolo modificato il 26 maggio 2017 su consiglio di Federica