Si è appena conclusa la seconda edizione di In Tè Bologna Tè Festival, il festival italiano del tè. Come è stato? Che cosa è piaciuto di più?

Visto che sono troppo legata all’organizzazione dell’evento ho pensato fosse meglio lasciare la parola a una persona che si sta avvicinando da poco al mondo del tè e che vedeva per la prima volta qualcosa del genere, Francesca. Ecco come ha vissuto quest’esperienza…

Quello che è avvenuto lo scorso sabato 10 febbraio, nella singolare cornice di Palazzo Pallavicini a Bologna, potrebbe senza dubbio definirsi il mio “battesimo del tè”.
Partita all’alba da una Milano uggiosa, al mio arrivo in stazione mi accoglie una Bologna alquanto fredda e l’idea di dovermi recare a un festival del tè iniziava a convincermi sempre più. Certo, perché io e il tè non siamo andati molto d’accordo in passato, se non per ragioni di “influenze”! E anche perché – e qui parte il mea culpa – ho sempre associato il tè ad una bevanda annacquata (perdonatemi!), non corposa, non decisa nel gusto, resa piacevole solo dagli aromi o da un cucchiaino di zucchero. Fino a poco tempo fa, infatti, la mia conoscenza in materia di tè era così vasta da limitarsi entro qualche decina di centimetri degli scaffali di un supermercato di provincia: non conoscevo altro tè all’infuori di quello commerciale in bustina.
Si può ben immaginare con quanta imperizia e con quale ignoranza in materia io mi sia recata al festival “In tè” di Bologna. Ma è proprio quando sai di non sapere che scatta la viva curiosità di conoscere. E così è avvenuto durante la breve esperienza bolognese.

Non posso parlare di amore a prima vista o colpo di fulmine: il mio approccio al tè ed al suo mondo è stato graduale ma intenso allo stesso tempo. Arrivata in via san Felice, mi immetto in uno dei classici portici bolognesi. Dopo pochi passi, raggiungo presto Palazzo Pallavicini, un’elegante quinta, scelta per accogliere la kermesse del tè. Una maestosa scalinata, adornata da stucchi e statue di personaggi della mitologia greco-romana, mi introduce nel piano nobile, set del festival. Varcando la porta, sono letteralmente investita da un intenso profumo di essenze floreali, speziate, note di frutta: una combinazione feconda per le mie papille olfattive, in un primo momento, e gustative, poco dopo. E poiché anche l’occhio vuole la sua parte, facendo un rapido giro delle ampie sale espositive, vengo presto rapita dagli affreschi che le decorano e dalle loro didascalie: motti o brevi citazioni dal greco e dal latino illustrano scene di mitologia antica, nel pieno gusto neoclassico settecentesco. Deformazioni professionali e amore per l’arte neoclassica hanno giocato il loro ruolo…

 

Con l’entusiasmo di un bambino, ora che la location e i profumi avevano sedotto la vista e l’olfatto, ripercorro con calma ogni sala: adesso tocca al gusto!
Il mio tour inizia in modo soft con un caldo infuso alla rosa canina, ben presto seguito da una miscela di tè nero e tè verde con gelsomino, girasole e graviola. Della seconda, ho assaggiato sia la versione in tisana sia in liquore. I profumi che esalavano dalle ciotoline dove venivano esposti gli infusi si ritrovavano in bocca, identici, tanto intensi che anche l’aggiunta dell’alcol non ne aveva modificato le note piacevolmente dolci.

Entro, quindi, nel primo dei grandi saloni: un alto soffitto, ornato da un tripudio di muse, divinità e motti della filosofia antica, e pareti affrescate con i monumenti più rappresentativi di Bologna fanno da contorno alla mia successiva tappa di assaggi. Mi viene presto offerta una miscela avvolgente dal sapore molto speziato, accompagnato dalle note amare del caffè e del cioccolato: cosa accompagnare un gusto così deciso? Una deliziosa pasticceria mignon!

Da questo momento in poi, il mio percorso diventa veramente inesplorato. Sì, perché dopo queste prime degustazioni, arriva veramente l’ora del tè, o meglio del tè del paese ospite: il Giappone.
Dopo aver scambiato qualche parola con l’esperto giapponese allo stand e aver appreso i particolari tempi e modi di coltivazione del loro tè, decido di assaggiarne uno, fidandomi del suo consiglio, il gyokuro: nuovo colore, nuova temperatura, nuovo metodo di infusione, ma soprattutto nuovo sapore. Sì, per la prima volta assaggio un tè “salato” o, comunque, dal sapore quasi salmastro (non me ne vogliano i cultori esperti, è solo la mia sensazione). Con grande stupore da parte mia e del signore giapponese, il gyokuro mi è piaciuto e molto! Il mio battesimo del tè era appena avvenuto.

Proseguo il mio giro e mi soffermo nel bookshop, la cui posizione a circa metà del tour sembrava essere funzionale alla pausa che ci si concede bevendo un tè. La sala dedicata ai libri accoglieva, infatti, sia la grande letteratura che i brevi racconti da leggere nel tempo di un’infusione! Questo perché un tè, al pari di un libro o insieme ad esso, dà ristoro anche allo spirito.
E se non si ha così tanto tempo a disposizione da starsene seduti comodamente sul divano a leggere un libro, e magari ci si trova dietro una scrivania in ufficio, è sempre possibile sorseggiare un tè? Sì e Carlotta Mariani ce lo ha spiegato nel suo workshop “No tea, no work” e sperimentato in diretta Facebook! A dire il vero, nel rispetto delle tradizioni orientali, come molti di voi sapranno, ci sarebbe tutto un rituale da seguire, cioè una vera e propria cerimonia del tè, così come alcune giapponesi, in abiti tradizionali, hanno più volte dimostrato nel corso del festival.

La curiosità per il tè, nel frattempo, andava aumentando. Ho cambiato sala e mi sono diretta verso altri espositori: è la volta dei tè africani del Malawi. Tè bianco, tè nero, tè verde…l’espositore mi invita ad assaggiarli tutti e a sentirne anche le fragranze, cercando possibilmente di coglierne le differenze. Nonostante avessi spiegato di essere nuova del settore, mi viene lanciata comunque la sfida…e non mi sono fatta pregare due volte!

Proseguendo tra le sale, mi imbatto in un piccolo banco espositivo, sul quale trovo assaggi di biscotti e di pan focaccia. Curiosa, chiedo informazioni: uno squisito mix tra sale celtico e tè rendeva eccezionali due prodotti da forno così semplici. E poi, spostandomi di poco, assaggio miele e tisane di ogni sorta. Il mio giro sta per concludersi, a malincuore, ma non prima di aver assaggiato altri due tè: il sencha e il matcha.

Vari tipi di tè giapponese al festival del tè a Bologna

Rimango stupita dalla preparazione del primo. In genere, ci si serve di un termometro per alimenti al fine di raggiungere una temperatura dell’acqua che mantenga intatte le caratteristiche organolettiche delle foglie in infusione. L’esperto giapponese che mi invita ad assaggiare il sencha riesce a sorprendere tutti perché, tramite un sistema di raffreddamento per travaso, era capace di tastare la temperatura ottimale direttamente dalle ciotole in cui versava l’acqua calda: un tatto infallibile! E non era da meno la sua perizia nel filtrare il tè… lo versava letteralmente fino all’ultima goccia, la più importante, quella intrisa di essenze.

Da ultimo, il mio incontro con il matcha. A differenza di molti altri tè, di questo avevo già sentito parlare, ma non lo avevo mai provato in prima persona. Ne osservo le fasi della preparazione e ascolto attentamente la spiegazione: resto affascinata anche in questo caso dalla “sacralità” dei gesti.

A Luciano De Crescenzo si attribuisce un aforisma, secondo il quale il caffè sia solo una scusa per dire a un amico che gli vuoi bene. Avendo visto i tempi e i modi di preparazione, l’attenzione alle giuste temperature, la cura nella scelta delle tipologie e la precisione (si parla di pochi grammi) con cui prepararne una buona tazza, penso che si possa dire lo stesso, e forse anche di più, per il tè. Dite a voi stessi di volervi bene e poi ditelo anche agli altri.

Lasciatevi coccolare da una tazza di tè: io l’ho appena fatto!

TOP 3 DI FRANCESCA:

  1. Tè bianco del Malawi
  2. Matcha (da neofita lo sposerei con il pesce azzurro arrosto)
  3. Genmaicha, il tè pop corn (per saperne di più cliccate qui)

 

E ora aspettiamo la vostra top 3 😉

 

Foto: ©Francesca Lorefice

Conoscete il tarassaco? Sicuramente sì ma forse non ve ne siete ancora accorti… quando la primavera è inoltrata e ci si avvicina al primo caldo estivo, anche in città è frequente ritrovarsi a spazzare via i cosiddetti “soffioni”. Bene, non sono altro che i frutti del tarassaco.

La specie Taraxacum officinale appartiene alla famiglia delle Asteraceae ed è considerata infestante, come la menta. La pianta è provvista di una radice robusta, da cui partono grandi foglie verdi.

L’infiorescenza è il noto dente di leone, fiore giallo vivo e dallo stelo lungo e liscio. Il frutto prende il nome di soffione ed è formato da semi provvisti di pappo, ovvero un’appendice piumosa e leggera che favorisce la dispersione dei semi tramite il vento.

Tisana al tarassaco: come si prepara

Per preparare la tisana al tarassaco si possono usare le radici (fresche o essiccate), i fiori o le foglie. In base alla materia prima allora è meglio puntare su un decotto o su un infuso. Perché? Ve lo spiego qui

Decotto di tarassaco

30 – 40 g di radici fresche di tarassaco (o 6 cucchiaini di radice secca)

1 litro di acqua naturale minerale

Per preparare un decotto, portate a ebollizione l’acqua e le radici in un pentolino capiente.

Lasciate sobbollire per una decina di minuti poi spegnete il fuoco e lasciate riposare. Ho notato che il tempo di riposo cambia a seconda degli effetti che si vogliono ottenere. Stessa cosa per quando e quante volte bere il decotto. Chiedete consiglio al vostro medico (soprattutto per le interazioni con i farmaci) o al naturopata di fiducia.

Infine filtrate.

Infuso di tarassaco

3 g di foglie e/o fiori di tarassaco secchi per tazza (se sono freschi calcolate mezza tazza di materia prima)

una tazza d’acqua naturale minerale

zucchero di canna (a piacere)

Per preparare un infuso, lavate bene foglie e/o fiori se sono freschi. Disponete il tutto in un filtro all’interno di una tazza o di una teiera.

Portate una tazza d’acqua quasi a ebollizione (circa 95° C).

Versate l’acqua sul filtro oppure sopra fiori e/o foglie fresche e lasciate in infusione per 5 minuti.

Filtrate e dolcificate a piacere.

Le foglie fresche sono molto usate in cucina anche in insalata o nelle frittate.

Come si prepara la tisana al tarassaco?

Tarassaco: le proprietà

È una pianta selvatica che fiorisce e matura proprio in primavera, dopo le grandi abbuffate pasquali, tra lo stress da cambio stagione e il terrore della prova costume.

Quali sono le sue proprietà? Per prima cosa ricordiamo che continene sali minerali (calcio, ferro, sodio, fosforo, magnesio, potassio, selenio e zinco) e vitamine (A, B1, B2, B3, C, E, K). Non mancano tannini, flavonoidi, acido caffeico, acido cumarico e mucillagini.

Il tarassaco è indicato nei casi di ritenzione idrica e cellulite, mancanza di buona digestione, insufficienza epatica e biliare. Il beneficio sull’apparato digerente è dovuto alla presenza di sostanze amare come l’inulina e la tarassicina. Queste, infatti, facilitano la digestione, stimolando la produzione di saliva, succhi gastrici, pancreatici e bile. Queste sostanze aiutano inoltre la flora batterica e il transito intestinale. Dicono che bere un decotto due volte al giorno per una settimana aiuti a regolare le funzioni intestinali. Per i benefici digestivi sembra che sia particolarmente efficace l’infuso di fiori.

Non sono da trascurare le proprietà diuretiche del tarassaco: grazie ai flavonoidi e ai sali di potassio si facilita l’eliminazione dei liquidi in eccesso e delle tossine. Del resto, viene spesso citato quando si parla di depurazione. E a conferma delle proprietà diuretiche e detox ci viene in aiuto la lingua italiana: nome comune del tarassaco è pure piscialetto! Per un miglior effetto diuretico consigliano l’infuso di foglie di tarassaco.

Queste proprietà depurative portano a un altro risultato: il controllo dei livelli di colesterolo. In questo caso è consigliato il decotto di radici di tarassaco.

Tarassaco: controindicazioni

Questa pianta è ricca di interessanti benefici. Tuttavia, bisogna stare attenti alle controindicazioni. Può infatti creare dei problemi a chi soffre di gastrite, di reflusso gastroesofageo, di ulcera peptica, di ostruzioni delle vie biliari e chi ha reazioni allergiche a una tipologia di composti chimici: i lattoni sesquiterpenici.

Attenzioni anche alle interazioni con alcuni medicinali: antidolorifici, diuretici e ipoglicemizzanti. In particolare, le controindicazioni riguardano i farmaci antinfiammatori non steroidei (Fans), come l’aspirina, perché il tarassaco potrebbe accentuare l’azione dannosa sulla parete gastrica.

Miele di tarassaco: che cosa è?

Dal tarassaco si ottiene un miele di livello superiore, che racchiude in dolcissime note tutte le proprietà del fiore. Si distingue infatti dagli altri mieli per il suo colore giallo vivo e per il suo odore corposo e penetrante. Le regioni con maggior produzione di miele di sono il Friuli-Venezia Giulia, il Trentino, la Lombardia e il Piemonte.

Il tarassaco fiorisce da febbraio alla prima metà di maggio, perciò la fioritura utilizzata è precoce. È infatti piuttosto difficile ottenere il miele da questi fiori. In parte perché le condizioni climatiche non sono sempre favorevoli, in parte perché le api sono ancora affaticate dall’inverno e a volte le famiglie non sono ancora abbastanza sviluppate per poter affrontare la raccolta del miele.

Ricetta del falso miele di tarassaco

Esiste però un falso miele di tarassaco, un prodotto simile a quello prodotto dalle api con proprietà sull’intestino, sul fegato e sulle vie respiratore. In più è vegano.
Riportiamo la ricetta di Tisane e rimedi naturali edito da Ecolibri:

700 g di fiori di tarassaco

3 limoni

7 dl di acqua

700 g di zucchero

Per preparare un falso miele di tarassaco lavate bene i fiori.

Metteteli in un tegame con l’acqua e i limoni tagliati a tocchetti e portate a ebollizione. Lasciate sobbollire per 5 minuti. Spegnete la fiamma e lasciate raffreddare.

Separate i fiori e spremeteli in uno schiaccia patate o in un passa verdure.

Nel liquido raccolto sciogliete lo zucchero, mettetelo sul fuoco e fatelo sobbollire fino ad arrivare a uno sciroppo denso, simile al miele.

Nel libro si consiglia di raccogliere i fiori con la luna calante.

 

Fonti: Enciclopedia della cucina – Té e tisane; riza.it; Tisane e rimedi naturali; elicriso.it; greenstyle.it; giardinaggio.it; gruppomacro.com; cure-naturali.it; alimentipedia.it; vivere-armoniosamente.it; portalebenessere.com; ilgiornaledelcibo.it

The o tè, come si scrive il nome della nostra bevanda preferita? Capita, a volte, di sedersi in una sala da thè e di consultare il menu per ordinare à la carte la varietà da degustare. Capita, sì. Ma è meglio se capitasse in un Paese francofono! Perché, in Italia, è meglio trovarsi in una sala da tè e non è detto che debbano essere per forza le “Five ‘o clock”… certe usanze lasciamole alla Queen!

Il nazionalismo che potrebbe trasparire da queste battute iniziali è più linguistico che di altro tipo. È bene, infatti, chiarire una volta per tutte che l’italiano beve solo tè.

Tè nero, tè verde, tè bianco, tè rosso (anche se il rooibos non è un tè),… ma sempre e solo TÈ.

Thè, the o tè: la parola agli esperti

In italiano la parola ha avuto diverse forme attestate dai dizionari (anche in quelli storici), proprio perché il termine tè è un forestierismo diffuso a livello nazionale e, come tale, può capitare sia che venga recepito dai parlanti nella forma originaria (molto spesso thè) sia che venga adattato alla struttura fonetica e morfologica della lingua d’arrivo (da qui, la forma ).

Oggi la norma prevede che sia la forma tè a essere registrata a lemma. Che cosa significa? Che tè è la forma ufficiale sui dizionari. Ne danno conferma l’Accademia della Crusca e tutta la produzione lessicografica relativa: si vedano il dizionario Sabatini-Coletti (“tè meno frequente the”), il Garzanti (“tè”). Il Nuovo De Mauro fornisce anche un’interessante attestazione del termine tè risalente al 1606.

Il Vocabolario degli accademici della Crusca, nella sua 4° edizione (1729-1738), riporta invece la forma te, trascritta quindi come variante omografa del pronome di seconda persona (che tuttavia non richiede accentazione, ndr) e l’esempio che riporta è tratto dall’opera dell’accademico Francesco Redi, Annotazioni al Ditirambo: “Il te è una bevanda usitatissima […] e si compone col tenere infusa nell’acqua bollente una certa erba chiamata Te, ovvero Cià”.

Il Tommaseo-Bellini, nell’edizione online prodotta nel 2015 dall’Accademia della Crusca (si tratta di un apposito motore di ricerca realizzato dall’informatico Daniele Fusi), è tra i dizionari più tolleranti e riporta entrambe le grafie tè e thè, con accento grave nel secondo caso. Di simile indirizzo è il Devoto-Oli, ma senza accentazioni (“The, grafia meno corrente per Tè”).

Cosa dice infine l’Accademia della Crusca?

Tuttavia, il “setaccio” finale tocca sempre all’Accademia della Crusca: esiste un termine italiano, tè, che ha adattato il primogenito cinese t’e (di cui vi avevamo accennato qui) ed è preferibile a thè o the.

E allora, the o tè? Per noi, non hanno senso di sussistere le altre forme perché sarebbero soltanto una “scorretta” fusione tra italiano e grafie straniere. E il tè, cari lettori, non va fuso…ma infuso!

Nei commenti trovate un’interessante integrazione di Luca Xanadu.

Testo di Francesca Lorefice

Foto: Five O clock

Articolo modificato il 26 maggio 2017 su consiglio di Federica