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In evidenza trovate gli ultimi articoli di Five O clock, i post più cliccati o quelli più interessanti. Non perdetevi tutte le notizie dal mondo del tè in Italia e nel mondo. Avete qualche curiosità? Scrivete a Five O clock: troverete la risposta tra i post in evidenza nella home page del blog. Eventi, degustazioni, novità, notizie dal mondo, proprietà del tè. Scoprite il mondo del tè con Five O clock!

Dove possiamo trovare piantagioni di tè nel mondo? Un’antica leggenda cinese racconta le origini del tè facendole risalire all’imperatore Shénnóng, il quale, durante le sedute di meditazione, beveva acqua di fonte ben scaldata. Un giorno, qualche foglia di Camellia Sinensis, la pianta del tè, scivolò nell’acqua calda: profumi e fragranze piacevoli esalarono improvvisamente da quell’evento imprevisto. Restando alla leggenda, fu proprio da quel momento che il prezioso infuso e la sua nobile pianta acquistarono fama e, dalla Cina, si diffusero lentamente in tutto l’estremo Oriente, dando il via a veri e propri riti, tramandati nei secoli di generazione in generazione.

Al giorno d’oggi, sono tanti i Paesi in cui si coltiva tè. Tuttavia, le piantagioni più vaste sono localizzate in Cina, India, Kenya, Sri Lanka, Turchia, Indonesia, Vietnam, Giappone. Altri paesi produttori di tè sono il Malawi (lo abbiamo scoperto al festival del tè 2018), le Mauritius, Taiwan, il Nepal… ma possiamo trovare piantagioni di tè anche in luoghi più o meno inaspettati.

(Ri)Scopriamo 10 paesi dove non ci saremmo mai aspettate di trovare il tè…

1. Il tè italiano

Un primo esempio arriva proprio dall’Italia, nella fattispecie dal territorio di Lucca, a Sant’Andrea di Compito, nel comune di Capannori. La località è molto conosciuta per essere terra di camelie. Ma l’esperimento di ricavare vero e proprio tè italiano dall’elegante arbusto è stato avviato con successo da Guido Cattolica, agronomo specializzato in camelie secolari. Discendente di Angelo Borrini, primo a impiantare camelie a Sant’Andrea nell’Ottocento, Guido Cattolica ha continuato l’antica tradizione e nel 1987 ha iniziato a coltivare Camellia Sinensis. I terreni della Lucchesia, d’altronde, ne consentivano la coltivazione grazie all’acidità della terra e all’abbondanza di acqua. Unico problema era qualche picco di basse temperature, ma Cattolica è riuscito, dopo alcuni esperimenti, a impiantare ibridazioni resistenti anche al freddo. Oggi la piantagione si estende per 1.500 metri quadrati e conta circa 2.500 piante.
Per poter assaggiare e acquistare il tè toscano dovete recarvi a Capannori, magari in occasione della Mostra Antiche Camelie della Lucchesia che coinvolge la zona con tantissime iniziative (tra cui cerimonie del tè) nei weekend di marzo.

Il tè italiano viene coltivato a Capannori, in provincia di Lucca

©pagina Facebook Il Tè di Capannori

In fase embrionale, è il tè “ossolano”. Ci troviamo a Premosello, nella provincia del Verbano-Cusio-Ossola. In questa località si sta sperimentando una coltivazione di tè su iniziativa di Paolo Zacchera, titolare de La Compagnia del Lago Maggiore. Lo studio del terreno di piantagione era partito già negli anni Trenta, a opera dell’università di Pavia.

2. Tè delle Azzorre

Immerse in pieno Oceano Atlantico, le Isole Azzorre, e precisamente l’isola di São Miguel, rappresentano l’unica vera roccaforte europea del tè (escludendo la Turchia)! Lungo la costa settentrionale di São Miguel, infatti, si contano numerose piantagioni della preziosa Camellia Sinensis.

Secondo alcuni nel 1820 un certo Señor Jacinto Leite iniziò alcuni esperimenti d’innesto e coltivazione di piante di tè provenienti direttamente dal Brasile. I risultati arrivarono in seguito, dopo l’arrivo, nella seconda metà dell’Ottocento, di esperti cinesi, che insegnarono le tecniche di coltura e produzione del tè. Già nei primi del Novecento, pare che la produzione di tè si attestò sulle 300 tonnellate.

Le aziende più famose sono Cha Porto Formoso, dove è possibile visitare anche un piccolo museo del tè, e Cha Gorreana, la realtà più grande e antica.

3.Tè inglese: la piantagione della Cornovaglia

Siamo in Cornovaglia, a circa otto miglia dalla costa. Jonathon Jones, giardiniere della tenuta di Tregothnan, ha intrapreso per primo la coltivazione del tè proprio nei giardini del podere. Del resto, la tenuta di proprietà della famiglia Boscawen, ospita da più 200 anni piante di camelia ornamentale.

Il primo raccolto nel 2005 aveva garantito solo 28 g di tè ma oggi la produzione è arrivata a circa 10 tonnellate all’anno. Nel frattempo Jones ha vinto una borsa di studio e ha visitato diverse piantagioni di tè, in particolare nella regione indiana del Darjeeling, che dicono avere un microclima simile alla Cornovaglia.

La Tregothnan Tea Estate oggi propone 14 tipi di prodotti tra cui l’Earl Grey. Si può visitare e partecipare a speciali masterclass.

Il tè inglese viene coltivato in Cornovaglia

©pagina Facebook Tregothnan

4. Piantagione di tè in Germania

Oggi esiste anche il tè tedesco, coltivato da una coppia a circa 20 km da Colonia. Siamo a Odenthal-Scheuren e il signor Wolfgang Bucher e la moglie Haeng ok Kim si sono lanciati nel 1999, quasi per scommessa, nella coltivazione di camellia sinensis. Così è nato il Tschanara Teegarten.

Dai nomi dei due coniugi si potrebbe pensare che il signor Bucher abbia conosciuto il tè tramite l’amore per la moglie coreana…e invece no, è accaduto l’esatto contrario! Il suo amore per il tè è nato nel 1976, quando un rappresentante ha lasciato alcuni campioni nel suo laboratorio di biologia. Da quel momento, ha iniziato a raccogliere e studiare alcune specie selvatiche di camelie. Nei primi anni Novanta, durante un viaggio in Corea ha conosciuto Haeng ed è scattata la scintilla.

La prima coltivazione di piante di tè dei signori Bucher venne istallata proprio nel giardino di casa, un po’ per gioco un po’ per caso. Ma ben presto, i coniugi si accorsero che le piante crescevano rigogliose, pertanto occorreva trapiantarle in un terreno più vasto e più adatto: Odenthal-Scheuren, in Renania.

5. Tè colombiano

A Bitaco, villaggio andino della Valle del Cauca, Agricola Himalaya SA, da oltre cinquant’anni nel settore, e Hindú ®, il più importante brand colombiano del tè, hanno creato la Bitaco Unique Colombian Tea e hanno dato il via alla storia del tè colombiano. Le piantagioni sono situate a 2000 metri di altezza e il clima tropicale, l’ambiente incontaminato e l’acqua di montagna hanno un ruolo fondamentale nella riuscita del prodotto.

Carlotta ha conosciuto l’azienda al World Tea Expo 2017 e abbiamo assaggiato alcuni tè neri. Il sapore ricorda quello di un tè indiano Assam, morbido, maltato, dolce.

Jordan G. Hardin di World of Tea ha realizzato un bel reportage su questa realtà. Lo potete leggere qui

Il tè nero colombiano ha un sapore dolce, maltato

6. Piantagione di tè in Perù

L’arrivo del tè in Perù viene fatto risalire alla fine dell’Ottocento, quando il dottor Benjamin De La Torre avanzò l’idea di coltivare piante di tè come risposta al declino dei prezzi di caffè, coca e colture da canna. La proposta fu accolta e furono introdotti i primi semi nel Paese, grazie anche al contributo del console peruviano in Giappone. Tuttavia, poco dopo che le piantagioni diedero i loro primi raccolti, nel 1917 De la Torre cadde vittima di un agguato e le coltivazioni di tè furono abbandonate.

Successivamente però il governo peruviano riprese in mano l’iniziativa e arruolò esperti in materia, provenienti direttamente dallo Sri Lanka. Nel giro di un anno, vennero create delle vere e proprie piantagioni di tè nella valle di La Convencion – Cusco.

La produzione cresceva a tal punto che, nei primi anni ’40, con più di 800.000 piante, si rese necessaria la creazione delle prime due fabbriche peruviane di tè. Una terza fabbrica nacque negli anni Ottanta grazie al sostegno finanziario dei Paesi Bassi. Tra il 1961 e il 2012, le esportazioni hanno però subito un progressivo calo, specialmente per l’inesperienza dei produttori nella gestione delle imprese. La storia del tè in Perù è stata quindi abbastanza travagliata e rallentata dalle particolari condizioni politiche ed economiche del paese, aggravate dal problema dei narcotrafficanti.

Sul tea blog Steep Stories potete trovare la descrizione di una degustazione di alcuni tè peruviani.

7. Tè a stelle e strisce: Stati Uniti

Dal Mississippi alla Columbia Britannica, dalle Hawaii fino alla Carolina del Sud. A oggi sono circa 60 le aziende statunitensi che coltivano tè. Secondo alcuni dati relativi al 2015 e forniti dalla Tea Association of the USA Inc., la produzione e il mercato del tè americano crescono del 10% l’anno: un trend sicuramente interessante.

Carlotta ha visitato la piantagione californiana Golden Feather Tea. Per saperne di più leggete qui

Il tè si coltiva anche nei Stati Uniti dalla California alla Carolina del Sud, fino alle Hawaii

8. Tè alle Seychelles

Non è una vacanza da sogno che vi propongo, ma una vacanza per scoprire anche il tè che si produce nell’isola di Mahé.

Tea Factory, questo il nome dell’azienda che dal 1962 gestisce la coltivazione e la lavorazione del tè alle Seychelles con terrazze di tè ai fianchi della montagna di Morne Blanc. Le selezioni sono particolari, con tè puri e blend ispirati alle materie prime locali come la citronella. Vengono venduti con il marchio “Seyte”.

9. Piantagione di tè in Australia

Dire Australia, nel pensiero comune, è dire canguro e koala, spiagge bianchissime e scogliere da favola. Insomma, difficilmente ci si aspetta che a questa terra sia collegato il tè. Ebbene sì, anche l’Australia è un giardino di Camellia Sinensis. Piantagioni di tè infatti sono situate in Tasmania, in Victoria e nella foresta pluviale del Queensland, proprio a ridosso della Grande Barriera Corallina.

La storia del tè australiano è recente: nel 1993 una delegazione di ricercatori giapponesi visita i territori australiani alla ricerca di nuove zone dove installare piante di tè. La regione scelta è quella del Victoria, soprattutto per ragioni climatiche. Il governo locale ha quindi inviato un gruppo di coltivatori proprio in Giappone, affinché apprendessero le tecniche di coltivazione e di produzione del tè. Nel 2001 le prime piantine di Camellia arrivano in Australia grazie all’interessamento dell’AQIS (Australian Quarantine Inspection Service) e grazie agli investimenti della società giapponese Ito En, impegnatasi a costruire una fabbrica di tè a Wangaratta, nel Nord Est del Victoria.
Nel 2004 si sono avuti i primi raccolti significativi, ma qualche problema è sorto a causa della distanza tra la zona di coltivazione e quella di lavorazione delle foglie di tè: i tempi di trasporto, infatti, causavano l’ossidazione del raccolto. La soluzione è una trovata tutta australiana: è stato realizzato infatti un apposito contenitore dove le foglie vengono mantenute a una temperatura controllata.

10. Nuova Zelanda

Restiamo in zona. Carlotta ci ha raccontato che al World Tea Expo 2017 ha incontrato Zealong, azienda di tè della Nuova Zelanda. La loro storia è iniziata nel 1996 quando il signor Tzu Chen, dopo avere sperimentato con successo la coltivazione di una singola piantina, ha deciso di importare da Taiwan 1500 esemplari di Camellia Sinensis nella regione di Waikato. In realtà solo 130 arrivarono a destinazione dopo la lunga quarantena imposta dal ministero dell’agricoltura.

La piantagione si può visitare con un tour di 60 minuti ed è stato creato un ristorante, il Camellia Tea House, dove il menu è stato creato per fare da miglior contraltare possibile ai tè Zealong, non viceversa come succede di solito.

 

Fonti: ansa.itcamelielucchesia.itrivistadiagraria.orgossolanews.itvcoazzurratv.itverbanonews.ittee-fokus.degermanys-teagarden.blogspot.de; tregothnan.co.uk; indipendent.co.ukazzorre.comvisitazores.comansa.ittelegraph.co.ukilsole24ore.comdailymail.co.ukbitacotea.comsteepstories.comcrazyteamakerblogusnews.com;
seychelles.travelstcl.scworldoftea.org; newzealand.com
Foto: ©pixabay; ©Five o' clock; ©il tè di Capannori; ©Tregothnan
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I cocktail al tè e tisane sono sicuramente una delle ultime tendenze del settore, insieme al kombucha e al cheese tea. Lo conferma la terza edizione del concorso nazionale A.B.I Professional (Associazione Barmen Italiani) che quest’anno si è svolta a Courmayeur, in Val d’Aosta.

A vincere la sfida 2018 e a diventare il miglior barman d’Italia è stato infatti Erwan Garofano che ha usato tra gli ingredienti proprio una tisana. Si chiama “Notti in Tibet” e contiene karkadè, rosa canina, zucchero marrone, scorze d’arancio, mela, cubetti di papaya, aromi, sambuco, cannella, mandorle, bastoncini. A questo dolce e profumato infuso sono stati aggiunti sciroppo di zucchero, succo di lime e il gin alpino Vergin. Così è nato Sea in the Mountain, il cocktail che ha conquistato la giuria del concorso e ha permesso a Erwan di guadagnarsi il titolo superando gli altri 20 concorrenti.

Erwan Garofano è il miglior barman d'Italia

Al secondo posto si è classificato Giuseppe Rizzo di Taranto che con Gin Bombay Sapphire, Vermouth extra dry e Saint Germain ha creato il suo Miscere Dei.

Terzo gradino del podio invece per Valerio Vitiello che molti di voi già conoscono per aver vinto la Tea Masters Cup (TMC) Italia 2017 nella categoria Tea Mixology (secondo nella finale mondiale in Cina) e per aver partecipato all’ultima edizione di In•Tè Bologna Tè Festival, il festival del tè italiano. Alla TMC Valerio aveva usato Earl Grey e rooibos, a Bologna invece un tè oolong per un cocktail analcolico.
Al concorso A.B.I. il bartender, sardo di nascita e valdostano di adozione, ha proposto un originale kombucha con un tè verde all’osmanto, un fiore tipico del Sud della Cina dai sentori dolci e avvolgenti.

Scopriamo le ricette dei due cocktail a base di tè e tisane.

Cocktail e tisana: Sea in the Mountain

Ecco gli ingredienti della proposta del vincitore Erwan Garofano:

40 ml di Vergin
50 ml di infuso “Notti in Tibet”
20 ml di sciroppo di zucchero
20 ml di succo di lime

Decorazione: agrumi disidratati, cannella, corallo di zucchero

Erwan Garofano è un giovanissimo barman ligure. Lavora al Caravaggio Cafè di Rapallo (Ge). Ma perché questa scelta? Abbiamo fatto una brevissima intervista al miglior barman d’Italia…

Come è nato Sea in the Mountain?

La mia prerogativa e quella dello staff con cui lavoro – ci ha spiegato Erwan – è la continua ricerca di prodotti naturali e di alta qualità al servizio della clientela più esigente e con i miei titolari Paolo e Mario Gastoldi abbiamo pensato che l’utilizzo di un infuso al top di gamma rielaborato all’interno di un cocktail poteva essere una scelta vincente.

Ti capita spesso di creare cocktail con tè o infusi?

Mi capita spesso di creare nuovi cocktail. L’utilizzo di un ingrediente al posto di un altro è semplicemente una scelta di gusto e originalità, ma di sicuro i tè e gli infusi stanno prendendo sempre più piede nella cultura del bere miscelato.

Cocktail e tè: Kombucha

Vediamo ora gli ingredienti della proposta di Valerio Vitiello. Questa volta non si parla di una tisana ma di un tè verde.

Il cocktail di Valerio Vitiello kombucha a base di tè verde all'osmanto

15 ml gin puro
35 ml vodka alla vaniglia
15 ml alkermes
15 ml miele
15 ml succo di limone
tè verde all’osmanto

 

Avete mai bevuto un cocktail con tè o con una tisana? Raccontateci la vostra esperienza!

Tempo fa vi avevo parlato del cocktail al tè matcha di Izu Milano. Leggete l’articolo qui

Tra l’altro, proprio ieri la tea blogger Lu Ann Pannunzio ha pubblicato il post “Tea infused Wine“, un interessante mini guida per abbinare tè e vino.

 

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Tea: A User’s Guide è il libro scritto dal famoso tea blogger americano Tony Gebely, fondatore di World of Tea. Dopo anni di studio e un lungo periodo di lavorazione è uscito il 5 novembre 2016 ed è disponibile in inglese sia in versione cartacea che pdf o ebook. Da quando l’ho acquistato è diventato per me e per alcuni articoli di questo blog un punto di riferimento. Perché?

Perché è una guida semplice e chiara da consultare, con tante informazioni utili in uno stile leggero che rispecchia molto quello che da sempre ha caratterizzato Five o’ clock. La voce di Tony accompagna il lettore come se fosse un amico che ti racconta le ultime cose che ha visto o l’ultimo viaggio che ha fatto. Questo rende il testo (275 pagine) molto scorrevole e piacevole, facile da leggere anche per chi non è madrelingua inglese.

Tea: A User’s Guide: di che cosa parla?

Come ho accennato e come già dice il titolo, Tea: A User’s Guide di Tony Gebely è una guida, un manuale di base per iniziare a orientarsi in questo fantastico mondo. Si inizia a definire la materia: che cos’è il tè? Domanda per niente scontata se pensiamo alla confusione che da anni avvolge il rooibos

Si passa poi a parlare della coltivazione, dei tempi e delle tipologie di raccolto. Molto interessante la parte riservata alla composizione chimica delle foglie. Non si parla di salute e proprietà in questo libro (cosa che apprezzo) ma si spiega quali componenti chimici sono contenuti nelle foglie della pianta del tè e come si evolvono durante la lavorazione.

Il nostro manuale passa poi a raccontare che cosa succede alle foglie, come vengono lavorate dopo il raccolto e quali sono i tipi di tè. Questa sezione è illustrata con utili schemi sulle lavorazioni. A questo punto inizia un’altra sezione molto utile che è quella delle schede ovvero una breve descrizione di grandi protagonisti provenienti da diverse parti del mondo. Curiosa la scelta di partire dai tè verdi, suddivisi per Paese e per regione, dal Sencha giapponese al Meng Ding Gan Lu cinese (provincia del Sichuan). Si prosegue con i tè gialli, i tè bianchi (comprese alcune specialità come il Darjeeling Silver Tips o lo Sri Lanka Silver Tips) e gli oolong, con alcune informazioni specifiche sulle differenze tra Cina e Taiwan, senza dimenticare di citare la produzione thailandese. Il nostro viaggio con Tony Gebely prosegue con i tè neri di Cina, Taiwan, India, Kenya, Sri Lanka e Giappone, per finire con i tè fermentati. Anche in questo è interessante notare che non si parla solo dei ben noti puer, ma pure di qualche prezioso esempio giapponese, come il goishicha (di cui vi avevo parlato qui in occasione di Expo Milano 2015).

La carrellata di schede si conclude con la differenza tra tè aromatizzati e profumati (di cui vi avevo accennato descrivendo il tè al gelsomino) con esempi illustri come l’Earl Grey o il Genmaicha, per poi passare ai blend, al tè tostato, al tè invecchiato, al tè macinato (come il matcha) e infine deteinato.

L’ultima parte di Tea: A User’s Guide approfondisce il tema delle infusioni, dalla cinetica alla qualità dell’acqua, fino alle soluzioni per migliorare un tè troppo forte o troppo delicato. Mi piace molto il paragrafo dedicato a come sviluppare un proprio stile personale. È un tema su cui credo molto e come dico sempre: “Se uno vuole tenere un tè verde in infusione per 5 minuti perché preferisce quel tipo di sapore, chi sono io per dire di fare diversamente?”.

Tony Gebely conclude il suo racconto con consigli su come valutare e descrivere un tè con la vista, l’olfatto e il gusto e, infine, ci aiuta a capire come conservare i nostri piccoli e profumati tesori.

 

 

Foto: Five O clock
Questo articolo concorre al programma di affiliazione Amazon
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Il tè al gelsomino è un grande classico, conosciuto anche da chi non è esperto di tè. Lo si trova facilmente nei bar di tutta Italia e nei ristoranti cinesi. Ed è proprio in Cina che è nato non solo il tè, ma anche i primi blend, come questo di cui vi parlerò oggi.

L’arte di mescolare foglie di tè e fiori, più precisamente, si è sviluppata a partire dalla provincia cinese del Fujian circa 400 anni fa (alcuni parlano addirittura di 1000 anni). Da qui provengono ancora alcuni dei migliori tè al gelsomino. In particolare dalla zona della capitale Fuzhou, nel sud-est del Paese. Famosi sono anche i tè al gelsomino della regione autonoma di Guangxi, nella Cina meridionale, al confine con il Vietnam. Del resto, entrambe le zone sono ben note anche per i mercati dei fiori. E un buon gelsomino è sicuramente un ottimo punto di partenza.

Tè al gelsomino: preparazione

Ricordate che tradizionalmente alla base di questo tè ci sono foglie di tè verde e quindi è bene prestare un minimo di attenzione alle temperature e ai tempi di infusione. Per capire come preparare correttamente il tè verde potete cliccare qui.

Quantità: 3 g per tazza (circa 220 ml di acqua) che equivale a un cucchiaio da minestra scarso
Temperatura: acqua a 80° C
Tempo di infusione: 2 minuti e 30 secondi – 3 minuti

Tè aromatizzati o tè profumati?

Come nasce il tè al gelsomino? Si possono aggiungere gli aromi (più o meno) naturali, pezzi di altri ingredienti, estratti, oli essenziali oppure… tradizionalmente in Cina esiste un’altra procedura molto più affascinante. Il risultato? In questo secondo modo si ottiene un tè più delicato, morbido e meno aggressivo, pure all’olfatto. Posso berlo anche al mattino appena sveglia senza essere infastidita dall’odore penetrante.

Dal primo metodo derivano i tè aromatizzati (flavoured tea), dal secondo i tè profumati per contatto (scented tea).

Come si fa a “profumare” un tè? Prima di tutto ci vogliono due premesse: i fiori durante la fioritura rilasciano sostanze aromatiche; il tè è in grado di assorbire i profumi che ha vicino. Per questo motivo è meglio conservarlo lontano da odori troppo intensi. Mettete insieme queste due nozioni e non vi sarà difficile immaginare come creare il tè al gelsomino…

Tè profumati per contatto

Le foglie di tè vengono distese al suolo e ricoperte di boccioli di gelsomino. Questi devono essere raccolti all’alba, quando sono chiusi, mantenendo così all’interno i preziosi olii essenziali. Quando di notte si schiuderanno rilasceranno la loro fragranza che verrà assorbita dal tè. Questo processo viene ripetuto più volte, anche 10 per ottenere un tè di alta gamma. I fiori possono essere rimossi o meno. Per alcuni, lasciare i petali è una questione prettamente estetica. Per altri è un vero e proprio danno perché in questo modo potrebbe prevalere il sapore del gelsomino su quello del tè.

Infine il tè viene nuovamente essiccato per eliminare l’umidità lasciata dai fiori. Da questo video potete farvi un’idea del metodo della profumazione:

Questo procedimento viene fatto pure con foglie di tè nero oppure oolong. Viene evitato di solito il tè bianco perché i suoi aromi naturalmente floreali rischierebbero di rimanere schiacciati da quelli del gelsomino. Si possono poi usare altri fiori come boccioli di rose, osmanto, loto (tradizione famosa in Vietnam) o persino succo di lychee come fanno nel Guangdong cinese.

Se vi vendono del tè al gelsomino sotto forma di piccole sfere sappiate che si chiamano “perle di drago“. Le foglie più giovani e tenere possono essere infatti arrotolate a mano in piccole palline che si dischiudono man mano durante l’infusione. Un tè elegante e prezioso.

Le perle sono un elegante e prezioso tè verde al gelsomino

Abbinamenti per il tè al gelsomino

In Cina viene offerto a pranzo e a cena al posto dell’acqua. È quindi sicuramente un tè da bere a tutto pasto. In particolare vi consiglio di provare il tè al gelsomino con i cibi piccanti e speziati, piatti a base di verdure, formaggi erborinati, dolci dal sapore delicato come madeleine o una fetta di torta di carote.

Tempo fa ho preparato delle ricette con questo tipo di tè:

risotto al tè con gorgonzola e pere

crostata di mele profumata al tè al gelsomino

Provate anche il mio abbinamento con i biscotti Gentilini. Lo trovate qui

Tè al gelsomino: benefici

Non mi stancherò mai di ripetere: il tè dovrebbe essere bevuto al di là delle sue proprietà perché è buono, è un mondo ricco di storie, tradizioni, profumi, è divertente, è rilassante e più in generale fa stare bene.

Se però siete interessati agli effetti del tè sulla salute ricordiamo che il tè verde è ricco di polifenoli, minerali e aminoacidi. Diversi studi confermano che abbia proprietà anti infiammatorie e aiuti a prevenire l’insorgenza di diabete e problemi cardiovascolari. Ho trovato una ricerca che aveva come oggetto i possibili benefici del tè al gelsomino nella cura dei tumori gastrointestinali ma i dati risultano al momento insufficienti (la trovate qui). In particolare si dice che siano necessarie analisi ulteriori sui potenziali effetti della temperatura, della qualità del tè e dell’acqua.

Gli oli essenziali del gelsomino hanno proprietà antibatteriche e rilassanti. Sul sito doctorshealthpress.com si aggiungono benefici per la nostra pelle: questi oli idratano, aumentano l’elasticità e cancellano le cicatrici lasciate dall’acne e dalle ferite. Sembra che questo tè, lasciato raffreddare in frigorifero, sia un ottimo tonico per il viso.

Il tè al gelsomino favorisce poi la digestione (sono d’accordo!) e sembra che questo fiore sia un intrigante afrodisiaco…

Il tè al gelsomino ha proprietà digestive e calmanti

Tè al gelsomino: contiene teina?

Tra i 5 tè a basso contenuto di teina abbiamo citato anche alcuni tè verdi. Non è però vero che tutti i tè verdi contengano poca teina. Pensate al matcha oppure andate rivedere la mia esperienza con il raccolto freschissimo di un Meng Ding Gan Lu: due ore di passione tra tachicardia, tremori, mal di testa e nausea. Eppure era un tè verde…

Il tè al gelsomino non fa eccezioni. Contiene teina, non è tra quelli che ne ha meno né tra quelli che ne ha di più. Se è vero che il gelsomino ha poteri sedativi sul nostro sistema nervoso e che riesce a diminuire lo stress, questo tè potrebbe però essere considerato meno eccitante di tanti altri. Per sicurezza, se soffre di insonnia, mi sento di consigliarvi di berlo entro il primo pomeriggio, non oltre.

Tè al gelsomino dove si compra

Trovare il tè al gelsomino è facile. Più difficile è trovarlo buono visto che è un tè molto inflazionato. A volte potrebbe essere di una qualità alta ma conservato male e questo fa sì che perda gran parte del suo aroma.

Sono sicura che in tutti i negozi specializzati nella vendita dei tè possiate trovare ottimi prodotti. Magari anche più di uno, con diverse fasce di prezzo e quindi di qualità. Chiedete se si tratta di un tè aromatizzato o profumato. Provate ad annusarlo per capire se l’intensità di profumo può essere adatta a voi. Guardate le foglie: ci sono fiorellini? Sono aperte o arrotolate come sfere? Infine: provate! L’importante è che vi piaccia, no? 😉

Spesso mi chiedete dove si compra il tè online. Recentemente ho acquistato le perle di tè al gelsomino del portale cinese dragonteahouse.biz e non sono male. Sono quelle delle foto in questo articolo. Non sono eccezionali, il sapore è delicato e non molto persistente ma comunque dolce e per niente astringente.

 

Foto: ©Five O clock

Fonte:  The Tea Book di Linda Gaylard; nationalgeographic.it; teaguardian.com; Il piacere del tèTea Sommelier di Gabriella Lombardi e Fabio Petroni; teatulia.com; teaforte.com; ncbi.nlm.nih.gov; appunti corso TEA 104 Protea Academy e Tea and Herbal Association of Canada; Tea a User’s Guide di Tony Gebely; doctorshealthpress.com; englishteastore.com
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Conoscete il tarassaco? Sicuramente sì ma forse non ve ne siete ancora accorti… quando la primavera è inoltrata e ci si avvicina al primo caldo estivo, anche in città è frequente ritrovarsi a spazzare via i cosiddetti “soffioni”. Bene, non sono altro che i frutti del tarassaco.

La specie Taraxacum officinale appartiene alla famiglia delle Asteraceae ed è considerata infestante, come la menta. La pianta è provvista di una radice robusta, da cui partono grandi foglie verdi.

L’infiorescenza è il noto dente di leone, fiore giallo vivo e dallo stelo lungo e liscio. Il frutto prende il nome di soffione ed è formato da semi provvisti di pappo, ovvero un’appendice piumosa e leggera che favorisce la dispersione dei semi tramite il vento.

Tisana al tarassaco: come si prepara

Per preparare la tisana al tarassaco si possono usare le radici (fresche o essiccate), i fiori o le foglie. In base alla materia prima allora è meglio puntare su un decotto o su un infuso. Perché? Ve lo spiego qui

Decotto di tarassaco

30 – 40 g di radici fresche di tarassaco (o 6 cucchiaini di radice secca)

1 litro di acqua naturale minerale

Per preparare un decotto, portate a ebollizione l’acqua e le radici in un pentolino capiente.

Lasciate sobbollire per una decina di minuti poi spegnete il fuoco e lasciate riposare. Ho notato che il tempo di riposo cambia a seconda degli effetti che si vogliono ottenere. Stessa cosa per quando e quante volte bere il decotto. Chiedete consiglio al vostro medico (soprattutto per le interazioni con i farmaci) o al naturopata di fiducia.

Infine filtrate.

Infuso di tarassaco

3 g di foglie e/o fiori di tarassaco secchi per tazza (se sono freschi calcolate mezza tazza di materia prima)

una tazza d’acqua naturale minerale

zucchero di canna (a piacere)

Per preparare un infuso, lavate bene foglie e/o fiori se sono freschi. Disponete il tutto in un filtro all’interno di una tazza o di una teiera.

Portate una tazza d’acqua quasi a ebollizione (circa 95° C).

Versate l’acqua sul filtro oppure sopra fiori e/o foglie fresche e lasciate in infusione per 5 minuti.

Filtrate e dolcificate a piacere.

Le foglie fresche sono molto usate in cucina anche in insalata o nelle frittate.

Come si prepara la tisana al tarassaco?

Tarassaco: le proprietà

È una pianta selvatica che fiorisce e matura proprio in primavera, dopo le grandi abbuffate pasquali, tra lo stress da cambio stagione e il terrore della prova costume.

Quali sono le sue proprietà? Per prima cosa ricordiamo che continene sali minerali (calcio, ferro, sodio, fosforo, magnesio, potassio, selenio e zinco) e vitamine (A, B1, B2, B3, C, E, K). Non mancano tannini, flavonoidi, acido caffeico, acido cumarico e mucillagini.

Il tarassaco è indicato nei casi di ritenzione idrica e cellulite, mancanza di buona digestione, insufficienza epatica e biliare. Il beneficio sull’apparato digerente è dovuto alla presenza di sostanze amare come l’inulina e la tarassicina. Queste, infatti, facilitano la digestione, stimolando la produzione di saliva, succhi gastrici, pancreatici e bile. Queste sostanze aiutano inoltre la flora batterica e il transito intestinale. Dicono che bere un decotto due volte al giorno per una settimana aiuti a regolare le funzioni intestinali. Per i benefici digestivi sembra che sia particolarmente efficace l’infuso di fiori.

Non sono da trascurare le proprietà diuretiche del tarassaco: grazie ai flavonoidi e ai sali di potassio si facilita l’eliminazione dei liquidi in eccesso e delle tossine. Del resto, viene spesso citato quando si parla di depurazione. E a conferma delle proprietà diuretiche e detox ci viene in aiuto la lingua italiana: nome comune del tarassaco è pure piscialetto! Per un miglior effetto diuretico consigliano l’infuso di foglie di tarassaco.

Queste proprietà depurative portano a un altro risultato: il controllo dei livelli di colesterolo. In questo caso è consigliato il decotto di radici di tarassaco.

Tarassaco: controindicazioni

Questa pianta è ricca di interessanti benefici. Tuttavia, bisogna stare attenti alle controindicazioni. Può infatti creare dei problemi a chi soffre di gastrite, di reflusso gastroesofageo, di ulcera peptica, di ostruzioni delle vie biliari e chi ha reazioni allergiche a una tipologia di composti chimici: i lattoni sesquiterpenici.

Attenzioni anche alle interazioni con alcuni medicinali: antidolorifici, diuretici e ipoglicemizzanti. In particolare, le controindicazioni riguardano i farmaci antinfiammatori non steroidei (Fans), come l’aspirina, perché il tarassaco potrebbe accentuare l’azione dannosa sulla parete gastrica.

Miele di tarassaco: che cosa è?

Dal tarassaco si ottiene un miele di livello superiore, che racchiude in dolcissime note tutte le proprietà del fiore. Si distingue infatti dagli altri mieli per il suo colore giallo vivo e per il suo odore corposo e penetrante. Le regioni con maggior produzione di miele di sono il Friuli-Venezia Giulia, il Trentino, la Lombardia e il Piemonte.

Il tarassaco fiorisce da febbraio alla prima metà di maggio, perciò la fioritura utilizzata è precoce. È infatti piuttosto difficile ottenere il miele da questi fiori. In parte perché le condizioni climatiche non sono sempre favorevoli, in parte perché le api sono ancora affaticate dall’inverno e a volte le famiglie non sono ancora abbastanza sviluppate per poter affrontare la raccolta del miele.

Ricetta del falso miele di tarassaco

Esiste però un falso miele di tarassaco, un prodotto simile a quello prodotto dalle api con proprietà sull’intestino, sul fegato e sulle vie respiratore. In più è vegano.
Riportiamo la ricetta di Tisane e rimedi naturali edito da Ecolibri:

700 g di fiori di tarassaco

3 limoni

7 dl di acqua

700 g di zucchero

Per preparare un falso miele di tarassaco lavate bene i fiori.

Metteteli in un tegame con l’acqua e i limoni tagliati a tocchetti e portate a ebollizione. Lasciate sobbollire per 5 minuti. Spegnete la fiamma e lasciate raffreddare.

Separate i fiori e spremeteli in uno schiaccia patate o in un passa verdure.

Nel liquido raccolto sciogliete lo zucchero, mettetelo sul fuoco e fatelo sobbollire fino ad arrivare a uno sciroppo denso, simile al miele.

Nel libro si consiglia di raccogliere i fiori con la luna calante.

 

Foto: ©Five o' clock
Fonti: Enciclopedia della cucina – Té e tisane; riza.it; Tisane e rimedi naturali; elicriso.it; greenstyle.it; giardinaggio.it; gruppomacro.com; cure-naturali.it; alimentipedia.it; vivere-armoniosamente.it; portalebenessere.com; ilgiornaledelcibo.it

Avete mai sentito parlare di Kombucha? Si tratta di una bevanda al tè che va molto di moda negli Stati Uniti (ve l’ho accennato parlando dei Tea Trends in California) e inizia a essere ricercata anche in Europa.

Io ho assaggiato il Kombucha qualche anno fa. Mia sorella mi aveva portato due diverse bottigliette da New York e più precisamente dal mercatino di Union Square. Avevo solo sentito parlare di questa bevanda ma non sapevo esattamente che cosa fosse e che sapore avesse. Conteneva tè e quindi d’istinto ho aperto la prima bottiglietta alla mattina, a colazione, con i biscotti…

Che sapore ha il Kombucha?

La prima volta che ho assaggiato questa bevanda ho avuto la stessa sensazione di quando, al mercato del pesce di Bergen, ho messo in bocca per la prima volta il brunost, il formaggio al caramello. Ti dicono che è formaggio, ti immagini un sapore ma il tuo palato percepisce dei sentori completamente inaspettati e va in tilt.

Stessa cosa con il Kombucha: lo verso in un bicchiere, so che contiene tè e mi immagino qualcosa di simile e invece no. In bocca mi ritrovo un liquido frizzante e leggermente alcolico. Insomma, è stato uno shock!

Che cosa è il Kombucha?

Una lunga premessa per spiegarvi che il Kombucha contiene tè ma non è tè. È una bevanda probiotica data dalla fermentazione di tè, zucchero e un ammasso di batteri e lievito noto come “scoby”. Come nel vino o nella birra, il lievito consuma lo zucchero e produce anidride carbonica e alcol (meno dell’1% ma meglio stare attenti ai bambini e in caso di gravidanza).

Sembra che le prime testimonianze del Kombucha risalgono alla dinastia Han (206 a.C. – 220 d.C), in Cina. Nel XIX secolo la bevanda è arrivata in Russia e da lì alla Germania ma la passione si esaurì presto a causa della Seconda Guerra Mondiale, alla scarsità di tè e di zucchero.

Nel Kombucha c’è un fungo?

In questi anni ho sentito molti dire che per preparare il Kombucha serve un fungo… in realtà ho scoperto che ciò che serve è lo “scoby”, un ammasso gelatinoso, di colore beige, composto da batteri e lievito, che può ricordare un fungo ma non ha niente a che fare con i funghi.

Che cosa significa “scoby“? È l’acronimo di Symbiotic Colony of Bacteria and Yeast, colonia simbiotica di batteri e lievito. È l’ingrediente segreto per rendere un tè zuccherato una bevanda completamente diversa. Come si fa? Ora ve lo spiego…

La ricetta e i benefici del Kombucha, bevanda fermentata al tè

La ricetta

Potete comprare il Kombucha già pronto oppure prepararlo in casa. Vi segnalo la ricetta del libro The Tea Book di Linda Gaylard.

3,7 litri di acqua minerale natural

480 ml di Kombucha già pronto (rimasto dall’ultima fermentazione in casa oppure comprato già pronto in bottiglia)

8 cucchiaini di foglie di tè nero oppure 8 bustine

175 g di zucchero di canna

scoby (io per l’ora ho visto che lo vendono solo online, per esempio su Amazon Happy Kombucha – Scoby di misura media oppure mi hanno segnalato su Facebook il gruppo “Tutto il Kombucha del mondo”)

Come si fa il Kombucha? Scaldate l’acqua e mettete il tè in infusione per 5 minuti.

Filtrate le foglie e versate il tè in un largo barattolo di vetro.

Aggiungete lo zucchero e mescolate fino a che non sia completamente sciolto.

Coprite il contenitore con un panno e aspettate qualche ora in modo che il tè sia completamente freddo.

Aggiungete il Kombucha già pronto, mescolate con un cucchiaio di legno (con questa bevanda è sempre meglio evitare il metallo perché danneggia lo scoby).

Unite lo scoby maneggiandolo con i guanti e non a mani nude. Coprite con un panno tenuto fermo da un elastico. Conservate il Kombucha in un luogo buio e tranquillo per una settimana.

Dopo una settimana, aiutandovi con un cucchiaio di legno controllate se il liquido è leggermente frizzantino e ha raggiunto la giusta dose di sapore. Se è troppo dolce, aspettate ancora qualche giorno.

Una volta che la bevanda è pronta, trasferite lo scoby in un contenitore di vetro e coprite con circa 700 ml del Kombucha appena preparato. Conservate il tutto in frigorifero e riutilizzate entro due mesi.

Versate la restante bevanda nelle bottigliette. Consigliate sono quelle da mezzo litro, meglio se di vetro. Lasciate tutto a riposare ancora per un paio di giorni (fino a tre) a temperatura ambiente e poi conservate in frigorifero.

Se volete aggiungere dei sapori particolari potete aggiungere 1 parte di succo di frutta su 5 parti di Kombucha prima di imbottigliare.

Tè nero o tè verde? Zucchero o miele?

È una domanda che mi hanno fatto più volte. Come mi ha insegnato la mia amica Valentina del blog The Soul Garden, il Kombucha si prepara con zucchero (bianco o di canna) e tè nero.

È il Jun Tea, altra bevanda fermentata, ricca di probiotici, è invece a base di tè verde, miele e una coltura che si chiama Jun. Per gli ingredienti con cui viene preparato, il Jun Tea viene definito anche come lo champagne dei Kombucha.

I benefici del Kombucha

Perché bere questa bevanda a base di tè, frizzante e leggermente alcolica? Naturalmente, a tanti interessa più per le sue proprietà più che per il suo sapore.

A che cosa serve quindi il Kombucha? Contiene vitamina B e se bevuto regolarmente sembra che aiuti la digestione, favorisca la flora batterica, stimoli il sistema immunitario, migliori la salute del fegato, prevenga il cancro e la caduta dei capelli e aiuti persino a dimagrire. Insomma, sembrerebbe un elisir di lunga vita e in effetti è così che viene chiamato.

Ci tengo, come sempre, a far notare che i miracoli non li fa nessuno. A questo proposito ho trovato un articolo del medico Brent Bauer su sito della Mayo Clinic in cui si specifica che non ci sono testimonianze scientifiche o prove cliniche tali da supportare in modo inconfutabile tutti questi benefici. In particolare vengono messi in dubbio le proprietà sul sistema immunitario, sulla digestione, il fegato e la prevenzione antitumorale.

Studi:

Se volete approfondire vi elenco gli abstract di alcuni studi sull’argomento:

Hepatoprotective properties of kombucha tea against TBHP-induced oxidative stress via suppression of mitochondria dependent apoptosis” di Bhattacharya S1, Sil PC, Gachhui R (2011)

Hepatoprotective and curative properties of Kombucha tea against carbon tetrachloride-induced toxicity” di Murugesan GS1, Jayabalan R, Sathishkumar M, Binupriya AR,Yun SE, Swaminathan K (2009)

Lead induced oxidative stress: beneficial effects of Kombucha tea” di Dipti P1, Kain AK, Yogesh B, Pauline T, Selvamurthy W, Anju B, Mongia SS, Sairam M, Singh B, Kumar GI (2003)

Studies on toxicity, anti-stress and hepato-protective properties of Kombucha tea” di Dipti P1, Kain AK, Pauline T, Yogesh B, Kumar GI, Anju B, Sairam M, Mongia SS, Selvamurthy W, Singh B (2001)

Kombucha: controindicazioni

Il dottore Brent Bauer (ma anche Kathleen Zelman in questo articolo) sottolinea anche un’altra cosa: le controindicazioni per questa bevanda. Per prima cosa le fermentazioni homemade, fatte in casa, sono a rischio di contaminazioni batteriche.

Il medico segnala che ci sono state anche reazioni allergiche da parte di alcuni bevitori e problemi allo stomaco.

Insomma, bevete con prudenza… come per tutte le cose, del resto!

 

Foto: ©Five O clock

Fonti: The Tea Book di Linda Gaylard, thekitchn.com, nourishedkitchen.com, ncbi.nlm.nih.gov, authoritynutrition.com, webmd.com
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